Affidare la propria vita a ChatGPT: il caso Upgrading Katie e il rischio di smettere di scegliere

Una creator affida le sue decisioni a ChatGPT: tra aiuto reale e rischio di passività, cosa succede quando smettiamo di scegliere?

Ogni giorno apre una lista e la segue. Non decide quasi nulla da sola: si limita a eseguire. Cosa indossare, quando uscire, cosa cucinare, come organizzare la giornata con i figli. Tutto passa da ChatGPT. È così che “Upgrading Katie”, creator seguita da oltre 150k persone, racconta il suo esperimento: delegare le decisioni quotidiane all’intelligenza artificiale.

Non lo fa per gioco. Parte da una difficoltà reale: la fatica di gestire tutto, da sola, dopo una fase complicata legata alla maternità. Dice di non fidarsi della propria motivazione. Dice che senza una guida farebbe fatica perfino ad alzarsi dal letto. La soluzione che ha trovato è semplice nella forma, radicale nella sostanza: togliere di mezzo il dubbio. Lasciare che qualcun altro – o qualcosa – decida.

Routine perfette, crepe invisibili

All’inizio sono istruzioni pratiche. Sveglia, attività fisica, ordine in casa, pasti, gestione dei bambini. Una sequenza di azioni che riduce l’attrito mentale. Non serve pensarci troppo: si legge e si fa.

Nei video tutto funziona. La casa è in ordine, i bambini sono coinvolti, le giornate scorrono con una logica chiara. È una routine costruita pezzo per pezzo, con un livello di precisione che spesso manca nella vita reale. Ed è proprio questo il punto di forza del sistema: elimina il peso delle micro-decisioni, quelle che si accumulano e consumano energie.

Ma il racconto non è così lineare come sembra. Le crepe emergono nei dettagli che lei stessa mostra: armadi pieni di cose alla rinfusa, difficoltà a iniziare le attività, una percezione costante di essere “indietro” rispetto a quello che dovrebbe essere. L’ordine esiste, ma è in parte superficiale. Sotto, resta il caos.

Non è una contraddizione. È il segno che delegare le azioni non equivale a risolvere tutto il resto.

Dalle to do list alle domande su sé stessi

Dopo qualche mese succede qualcosa di più interessante. Le domande cambiano. Non più solo “cosa devo fare oggi?”, ma “come sto vivendo?”.

Katie chiede a ChatGPT un parere sulla propria vita. Non un elenco di task, ma una valutazione. La risposta, per come la riporta, è tutt’altro che accomodante: disorganizzazione, dispersione, obiettivi dichiarati ma non seguiti. Una fotografia poco indulgente.

Qui entra in gioco un aspetto meno visibile ma decisivo: per ottenere risposte di questo tipo, spiega, bisogna scrivere prompt precisi, costruiti bene. Non basta chiedere. Bisogna guidare la macchina. Ed è proprio su questo che ha costruito una seconda attività: vendere istruzioni per usare ChatGPT in modo “efficace”. Dalla gestione dei pasti al piano finanziario, fino ai programmi annuali basati sugli obiettivi personali.

Il passaggio è sottile. Da utente a intermediaria. Da persona che delega a persona che insegna a delegare meglio.

Il vero rischio non è l’errore, ma la delega costante e totale (anche del pensiero)

Il caso di Katie non è isolato. È solo più visibile. Molti usano l’intelligenza artificiale per piccole decisioni quotidiane: organizzare un viaggio, cucinare con quello che c’è in frigo, risolvere dubbi pratici. Fin qui, nulla di nuovo.

Il punto critico arriva quando la delega si allarga. Quando non riguarda più il “come fare”, ma il “cosa fare” e, a un certo punto, il “chi essere”.

Su questo, alcuni specialisti iniziano a porre un tema preciso: la rinuncia alla fatica del pensiero. Non tanto perché la tecnologia sia “pericolosa” in sé, ma perché può abituare a non esercitare più alcune funzioni. Formulare problemi, prendere decisioni, tollerare l’incertezza.

Secondo lo psichiatra Marco Bertelli, il rischio non è che questi strumenti sostituiscano l’intelligenza umana, ma che favoriscano una forma di passività: una progressiva abitudine a ricevere risposte senza attraversare il processo che porta a costruirle. Nel lungo periodo, questo può incidere anche sulle capacità logiche, critiche e creative.

Non è una teoria astratta. È un meccanismo quotidiano, fatto di scorciatoie che funzionano. Ed è proprio per questo che si diffondono.

Il paradosso è evidente: più lo strumento è potente, più richiede consapevolezza nell’uso. Altrimenti, invece di ampliare le possibilità, le restringe.

Nel caso di Upgrading Katie, tutto resta sospeso in una zona intermedia. Da un lato, un aiuto concreto che le permette di funzionare meglio. Dall’altro, una dipendenza che sposta sempre più in là il momento della scelta autonoma.

Non è una storia da prendere alla lettera, né da liquidare in fretta. È un segnale. Perché il punto non è se usare o meno l’intelligenza artificiale. Il punto è quanto siamo disposti a farci guidare.

Fino a che delegare semplifica la vita, ha senso. Quando sostituisce il pensiero, il conto arriva dopo. (E, il timore, è che possa essere davvero salato).

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