Marijuana e “scromiting”, cos’è la sindrome che provoca vomito e dolori addominali

Nel maggio 2026, negli Stati Uniti, 13,10 accessi al pronto soccorso ogni 10.000 risultavano associati a una sindrome dal nome poco noto e dagli effetti decisamente meno discreti: nausea intensa, dolori addominali e attacchi di vomito che possono protrarsi per ore o ripresentarsi ciclicamente.

Sui social e sulla stampa americana è diventata lo scromiting, parola nata dall’unione di screaming e vomiting: urlare e vomitare nello stesso momento. Una definizione perfetta per attirare clic (e per disgustare il lettore durante la colazione), ma clinicamente poco precisa. Le urla non fanno infatti parte dei criteri diagnostici e non rappresentano un sintomo obbligatorio.

La condizione che si nasconde dietro il nomignolo esiste, però, ed è conosciuta come sindrome da iperemesi cannabinoide o CHS, dall’inglese cannabinoid hyperemesis syndrome. Colpisce soprattutto chi consuma cannabis frequentemente e può essere abbastanza grave da richiedere cure ospedaliere.

Lo “scromiting” esiste, il suo nome un po’ meno

La sindrome da iperemesi cannabinoide è caratterizzata da episodi improvvisi di nausea, vomito e dolore addominale. Gli attacchi possono alternarsi a periodi nei quali la persona sta bene, circostanza che rende più difficile collegare subito i sintomi alla cannabis.

C’è poi un paradosso che complica ulteriormente le cose: i cannabinoidi vengono utilizzati anche per contrastare nausea e vomito, per esempio in alcuni pazienti sottoposti a chemioterapia. Un consumatore abituale potrebbe quindi essere portato a usare altra marijuana nella speranza di stare meglio, ottenendo l’effetto opposto.

Un dettaglio ricorrente è la ricerca quasi compulsiva di docce o bagni molto caldi, capaci di alleviare temporaneamente nausea e dolore. Alcuni pazienti trascorrono parecchio tempo sotto l’acqua o applicano borse calde sull’addome, arrivando in casi estremi a procurarsi ustioni. Il sollievo, comunque, dura poco e non elimina la causa.

Il vomito ripetuto può provocare disidratazione e alterazioni degli elettroliti. Nei casi più seri si rende necessaria la somministrazione di liquidi per via endovenosa; sono state documentate anche complicazioni renali e, molto più raramente, conseguenze fatali.

Perché i casi sembrano essere aumentati all’improvviso

I dati più recenti arrivano da un rapporto pubblicato dai CDC il 6 agosto 2026. Tra gennaio 2023 e maggio 2026, il sistema di sorveglianza statunitense ha individuato 199.565 accessi al pronto soccorso nei quali era coinvolta la CHS.

Il salto statistico più vistoso si è verificato nell’autunno del 2025: dai 3,35 casi ogni 10.000 accessi registrati a settembre si è passati agli 11,26 di ottobre. Nel maggio successivo il dato ha raggiunto quota 13,10.

Milioni di americani hanno improvvisamente cominciato a vomitare per colpa della marijuana? Non proprio.

Il 1° ottobre 2025 è stato introdotto negli Stati Uniti un codice diagnostico specifico per la sindrome, R11.16. In precedenza i medici dovevano ricostruire il quadro combinando codici relativi al vomito ciclico e all’uso di cannabis. Molti episodi potevano quindi essere classificati diversamente, confusi con altri disturbi gastrointestinali o non riconosciuti affatto.

Secondo i CDC, l’impennata osservata dopo ottobre riflette almeno in parte una diagnosi e una registrazione più accurate, non un’esplosione improvvisa dell’incidenza. Il dato precedente al nuovo codice era probabilmente una sottostima; quello successivo offre una fotografia più credibile, anche se ancora incompleta.

Cannabis più potente e consumatori sempre più giovani

La CHS viene associata soprattutto a un consumo pesante, frequente e prolungato. Per anni si è ritenuto che comparisse quasi esclusivamente dopo un decennio di utilizzo abituale, ma le osservazioni più recenti indicano che i sintomi possono manifestarsi anche entro il primo anno.

Nei dati americani, la fascia maggiormente interessata è quella tra 15 e 24 anni, arrivata dopo l’introduzione del nuovo codice a 38,70 accessi ogni 10.000. Una sproporzione che potrebbe dipendere dall’età di inizio, dalla maggiore frequenza di consumo e dalla diffusione di prodotti ad alta concentrazione.

La potenza della cannabis, del resto, è cambiata parecchio. Secondo il National Institute on Drug Abuse, il contenuto medio di THC nei prodotti illegali sequestrati negli Stati Uniti è passato dal 3,96% del 1995 al 16,14% del 2022. Vape, oli e concentrati utilizzati per il dabbing possono raggiungere valori molto superiori.

Questo non permette di affermare automaticamente che sia l’alta concentrazione di THC a provocare la sindrome. Gli stessi CDC precisano che il legame diretto non è stato ancora dimostrato. I prodotti più potenti, però, risultano associati a un uso più frequente, che rappresenta il principale fattore di rischio conosciuto.

Come si riconosce e cosa bisogna fare

Non esiste un singolo esame capace di confermare la CHS. I medici devono escludere altre possibili cause del vomito – alcune delle quali urgenti – e ricostruire frequenza, durata e modalità del consumo di cannabis. Tacere quest’ultimo dettaglio per imbarazzo o timore non aiuta: rischia soltanto di allungare il percorso diagnostico.

Il miglioramento con le docce calde costituisce un indizio, non una prova. Anche la sindrome del vomito ciclico presenta sintomi simili e può essere scatenata da stress, infezioni o altri fattori.

Il trattamento risolutivo indicato dall’American College of Gastroenterology è interrompere l’assunzione di cannabis. Ridurre quantità e frequenza potrebbe non bastare: in chi soffre della sindrome, la ripresa del consumo può far tornare gli episodi.

Lo scromiting, insomma, è un’etichetta colorita applicata a una condizione medica reale. Non tutti i pazienti urlano e non basta una canna per finire piegati sul water. Ma vomito ciclico, dolore addominale e consumo frequente di cannabis sono un’associazione che merita di essere riferita al medico, senza aspettare che la scena assomigli per forza a L’esorcista.

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