Colono israeliano calcia in testa una suora e viene assolto: la sentenza fa discutere

È aprile, un giorno qualunque, quando a Gerusalemme una suora di 48 anni – ricercatrice alla Scuola Biblica Francese – si trova a camminare vicino al Cenacolo, sul Monte Sion. Indossa l’abito, sta tornando dal lavoro e non si aspetta certo quello che le sta per succedere: d’un tratto un uomo le si avvicina da dietro e la spinge a terra; la testa della donna sbatte contro la pietra e l’uomo, non pago dell’aggressione, torna sui suoi passi e le assesta un violento calcio.

Le immagini delle telecamere di sicurezza sono inequivocabili. Mostrano Yona Schreiber, 36 anni, colono israeliano dell’insediamento di Peduel in Cisgiordania, aggredire la suora per poi allontanarsi come se niente fosse. Quando alcuni testimoni intervengono per aiutare la suora, Schreiber li affronta. La scena è violenta, brutale, e fa il giro dei social media in poche ore.

 

Quattro mesi dopo, la sentenza del tribunale distrettuale di Gerusalemme arriva ed è destinata a far discutere: Schreiber viene assolto. Motivo? Infermità mentale. Al momento dell’aggressione, spiega la corte, l’uomo stava vivendo un “episodio psicotico” e quindi non poteva essere ritenuto penalmente responsabile.

La perizia psichiatrica che ha salvato il colono

Il giudice Ophir Tischler ha accolto la valutazione dello psichiatra distrettuale: Schreiber soffre di schizofrenia, è psicotico da anni e non ha consapevolezza della sua malattia. La perizia ammette che non ci sono prove conclusive su come esattamente il suo stato mentale lo abbia portato ad aggredire proprio quella suora in quel momento preciso ma l’influenza della patologia sulle suoi azioni è data per certa
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La sentenza del 27 agosto 2026 non porterà il colono ad essere un uomo libero, almeno sulla carta: Schreiber verrà ricoverato in una struttura psichiatrica (fino ad un massimo di sei anni – potrebbe infatti uscire prima qualora un consiglio psichiatrico dovesse stabilire che le sue condizioni sono migliorate).
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L’avvocato Idan Gamliel, che ha difeso Schreiber tramite l’ufficio del difensore pubblico, ha dichiarato che lui e il suo cliente sperano che “il trattamento medico lo aiuti a tornare a funzionare in modo ottimale”. Hanno anche “preso atto del disagio della denunciante” e le augurano di “superare gli effetti dell’incidente” (emblematico come il legale parli di incidente, appunto – una parola scelta non a caso per svincolare il proprio assistito da qualsiasi responsabilità).

Il caso di Schreiber, ad ogni modo, non è isolato. Il Rossing Center for Education and Dialogue, organizzazione con sede a Gerusalemme, ha pubblicato a marzo 2026 il suo rapporto annuale sugli attacchi contro i cristiani in Israele e Gerusalemme Est. I numeri parlano chiaro: 155 incidenti documentati nel 2025, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti.
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Di questi, 61 sono state aggressioni fisiche — spintoni, schiaffi, aggressioni con spray al peperoncino. Altri 52 hanno colpito proprietà delle chiese, 28 sono stati casi di molestie e 14 hanno riguardato iconografia vandalizzata. Il rapporto precisa che queste cifre rappresentano solo “la punta dell’iceberg”, perché molti episodi non vengono denunciati.
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La suora francese aggredita da Schreiber è finita in ospedale con lividi e traumi. Il suo caso ha fatto scalpore perché è stato filmato, perché le immagini erano chiare, perché i testimoni c’erano (nonostante ciò, abbiamo visto che sentenza è giunta…). Ma quanti altri episodi simili restano senza video, senza testimoni, senza conseguenze?

La reazione della Knesset (che cozza con l’assoluzione)

Un mese dopo l’aggressione, a maggio, la Knesset (il parlamento israeliano) tiene un’audizione sul caso. Gilad Kariv, deputato dell’opposizione che presiede la Commissione per l’Immigrazione, l’Assorbimento e gli Affari della Diaspora, non usa mezzi termini: quello di Schreiber è “un atto di terrorismo in ogni senso”. Kariv, che è anche rabbino della comunità riformata, dice di vergognarsi. “Gli attacchi contro i cristiani in Israele macchiano moralmente lo Stato di Israele e la società israeliana”, dichiara.

Il Ministero degli Esteri israeliano, dal canto suo, ha condannato l’aggressione attraverso un post sui social media il 29 aprile: “Israele rimane fermamente impegnato a salvaguardare la libertà di religione e il culto per tutte le fedi, e a garantire che Gerusalemme rimanga una città dove ogni comunità possa vivere, pregare e praticare la propria fede in sicurezza e dignità”.

Parole sacrosante. A cui è seguita però questa assoluzione che sta facendo discutere e che ha diviso l’opinione pubblica anche in terra israeliana.

C’è chi scrive sul sito di Haaretz – giornale online israeliano: “La sua insanità temporanea (così l’ha definita il giudice che lo ha assolto, ndr) è durata esattamente due minuti – tempo sufficiente per buttare a terra la suora e tornare indietro per darle un calcio”.

In effetti la domanda sorge spontanea: come si concilia un atto di violenza del genere (Schreiber torna indietro dopo aver spinto la suora a terra, come per assicurarsi di averle fatto abbastanza male) con un episodio psicotico improvviso? C’è poi chi ricorda che nessun palestinese che abbia mai attaccato un israeliano è stato considerato affetto da “episodio psicotico”.

Ciò che emerge è una percezione di disparità di trattamento e la sostanziale impunità quando a commettere un reato è un colono israeliano.
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La suora francese, nel frattempo, è tornata al suo lavoro di ricercatrice, dopo aver subito un trauma fisico e psicologico. Schreiber, dal canto suo, resterà in una struttura psichiatrica per un periodo imprecisato (saranno davvero sei anni?) ma che ci sia un’emergenza di intolleranza (leggiamola così) in terra israeliana è evidente – e non lo testimonia questo singolo caso ma i 155 attacchi documentati dal Rossing Center.

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