Non serve una diagnosi né una parola grossa per accorgersi che qualcosa, nel nostro quotidiano, non funziona più come dovrebbe. Basta osservare le giornate: come iniziano, come vengono interrotte, come finiscono.
In mezzo, quasi sempre, si infilano comportamenti ripetuti che chiamiamo normalità e che invece assomigliano molto a dipendenze silenziose. A differenza di quelle palesi (quelle legate alle droghe, per esempio) sono più subdole: non si notano, non lasciano segni immediati, ma nel tempo sottraggono spazio, energia e direzione.
Il problema non è l’eccesso, almeno non all’inizio. È l’automatismo. Fare certe cose senza più chiedersi perché, né che effetto abbiano davvero su di noi.
Piccoli comportamenti ordinari che rovinano la nostra quotidianità
La prima è il confronto continuo. Con gli altri, con i loro risultati, con vite che sembrano sempre più ordinate e definitive delle nostre (con ogni probabilità non lo sono nemmeno). Il confronto accelera tutto: aspettative, frustrazione, obiettivi. E quando si accelera senza una direzione chiara, ci si ritrova a vivere con la sensazione costante di essere in ritardo. La soddisfazione personale non sparisce di colpo: si consuma lentamente.
Poi c’è il comfort (da comfort zone). Non parliamo del riposo, che è necessario, ma dell’abitudine a restare pressoché immobili, senza alcuna mutazione (che è fondamentale per evolversi). La cosiddetta zona di comfort infatti non è pericolosa solo perché immobilizza, ma perché non insegna nulla. Non chiede attenzione, non chiede adattamento. E senza attenzione non c’è crescita. Per uscire da questa maledetta zona non serve stravolgere tutto (certo, quello devasterebbe del tutto la comfort zone): basta esporsi a una piccola quota di incertezza per restare mentalmente vivi.
Un altro comportamento molto diffuso (e decisamente deleterio) è quello che ci porta mollare troppo presto. Non per incapacità, ma per stanchezza mentale. Viviamo in un contesto che premia il risultato immediato e rende invisibile la resistenza / la costanza. Eppure, nella maggior parte dei casi, insistere abbastanza a lungo fa già la differenza. Non perché garantisca il successo, ma perché elimina una certezza: quella del fallimento automatico. La continuità, oggi, è un vantaggio competitivo sottovalutato.
C’è poi la distrazione permanente. Informazioni, notifiche, contenuti: siamo in un flusso costante, nella pura infodemia. Il silenzio diventa sospetto, il vuoto qualcosa da riempire immediatamente. Così perdiamo il contatto con l’esperienza diretta e con il pensiero che nasce senza stimoli esterni. Ritagliarsi momenti di inattività reale non è una moda, ma una forma di igiene mentale. Senza spazi vuoti, anche le idee migliori non trovano posto.
Infine, il telefono. Non come strumento, ma come presenza costante. L’oggetto che scandisce risvegli, pause, attese e stanchezze. Non è demonizzazione, è constatazione: non riusciamo a smettere di usarlo. E quando qualcosa non riusciamo a sospenderla nemmeno per poche ore, la domanda non è morale, è pratica.
Riprendersi il tempo prima di dormire e quello subito dopo il risveglio cambia più di quanto si immagini: attenzione, qualità del sonno, persino il modo in cui iniziamo a pensare la giornata.
Questi comportamenti / queste dipendenze non rendono peggiori. Rendono distratti. Allontanano dal presente e, col tempo, anche da ciò che conta davvero – che è l’hic et nunc. Riconoscere il problema è un primo passo per, lentamente, riprendersi spazio.