UE verso lo stop agli imballaggi monouso: dal 2030 addio a bustine, mini-flaconi e buste di plastica. Cosa cambia davvero.
C’è stato il divieto delle cannucce di plastica.
Poi è arrivata la modifica dei tappi delle bottiglie, quelli che non si staccano più: una scelta diventata in fretta terreno di polemica politica, soprattutto a destra, spesso sproporzionata rispetto all’impatto reale della misura. A distanza di tempo, viene da chiederselo con onestà: qualcuno sente davvero la mancanza dei tappi “liberi” di una volta?
Ora l’Unione Europea torna a legiferare. Ancora una volta nel nome dell’ambiente, ancora una volta con interventi che non cambiano la vita quotidiana, ma che nel loro insieme puntano a ridurre un’abitudine consolidata: quella dell’usa e getta.
Questa volta nel mirino finiscono le bustine di ketchup, i flaconcini monouso dei bagni d’hotel e le buste di plastica leggere. Un altro pezzo di plastica che scompare, almeno nelle intenzioni, dal mercato a dodici stelle.
Il riferimento normativo è il regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 22 gennaio 2025. L’entrata in vigore formale è fissata per il 12 agosto 2026 in tutti e 27 i Paesi membri, ma la stretta vera e propria arriverà più avanti, dal 1° gennaio 2030.
Da quella data, agli operatori economici sarà vietato immettere sul mercato alcune tipologie di imballaggi monouso in plastica. Tra questi rientrano le classiche bustine utilizzate per condimenti, salse, conserve, zucchero, spezie e creme per il caffè, onnipresenti in bar, ristoranti e strutture ricettive. Un cambiamento che toccherà da vicino la ristorazione, soprattutto quella più standardizzata, fatta di porzioni individuali e consumo rapido.
Il divieto non si ferma qui. Spariranno anche i piccoli flaconi monouso di shampoo, bagnoschiuma e creme per mani e corpo utilizzati negli hotel, così come le buste di plastica per frutta e verdura fresca preconfezionata sotto il chilo e mezzo. Nel mirino finiscono anche i contenitori per alimenti e bevande riempiti e consumati direttamente in bar e ristoranti, oltre alle pellicole termoretraibili usate per avvolgere le valigie negli aeroporti.
Misure che, prese singolarmente, possono sembrare marginali. Nessuna di queste, da sola, salverà il pianeta. Ed è forse questo il punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico: non si tratta di gesti simbolici, ma di una strategia cumulativa, pensata per ridurre nel tempo la quantità complessiva di rifiuti prodotti.
Nel complesso, la normativa europea fissa obiettivi precisi di riduzione degli imballaggi: meno 5% entro il 2030, meno 10% entro il 2035 e meno 15% entro il 2040. Agli Stati membri viene chiesto di intervenire non solo sul riciclo, ma sulla quantità stessa di plastica immessa sul mercato.
È probabile che anche questo passaggio venga accompagnato da polemiche, nostalgie da flaconcino d’albergo e accuse di eccesso di regolamentazione. Ma la traiettoria è chiara da tempo: l’Europa ha scelto di intervenire a monte, limitando ciò che diventa rifiuto prima ancora di doverlo smaltire. (Attendiamo frattanto intervenga con forza contro le grandi realtà del capitalismo globale).
Come per i tappi attaccati alle bottiglie, l’impatto reale si misurerà tra qualche anno. Non tanto in ciò che manca, quanto in ciò che — senza accorgercene troppo — avremo semplicemente smesso di buttare.