Ritardatario? No, sei solo ottimista (anzi, tidsottimista)

Il “tidsottimismo” spiega perché arriviamo tardi: non pigrizia, ma eccesso di fiducia nel tempo. Etimologia, psicologia e come gestirlo.

C’è una categoria di persone che non si sente mai davvero in ritardo. Sono quelli che “arrivo tra cinque minuti” quando ne mancano almeno quindici, quelli che si preparano con calma convinti di poter infilare altre due cose prima di uscire, quelli che si sorprendono — davvero si sorprendono — quando il tempo finisce prima del previsto. Non è maleducazione, non è neppure la procrastinazione come la intendiamo di solito. È qualcosa di più sottile, quasi un tratto caratteriale: il tidsottimismo.

Il termine non nasce in qualche manuale pop-psicologico americano, ma arriva dalla Svezia — e già questo gli dà un certo fascino (noi siamo dei nostalgici e quello che viene dalla Svezia ci affascina – come un tempo le improbabili storie amatorie legate al paese scandinavo). Tid significa “tempo”, sottimism è semplicemente “ottimismo”: messi insieme diventano “ottimismo sul tempo”. Una fiducia eccessiva, quasi candida, nella propria capacità di incastrare tutto. In altre parole: “c’è tempo”. Fino a quando, improvvisamente, non ce n’è più.

L’etimologia (vera) di una parola che sembra uno scherzo

La parola compare soprattutto nel lessico informale scandinavo tra anni Duemila e 2010, e viene spesso ricondotta ai neologismi che in Svezia descrivono comportamenti quotidiani con una precisione che noi non abbiamo. Tidsoptimist, in svedese, indica letteralmente la persona che vive in questa convinzione costante: non tanto un ritardatario cronico, quanto qualcuno che sopravvaluta sistematicamente il proprio margine d’azione. (E in Svezia immaginiamo siano particolarmente precisi, quindi si tratta di un comportamento sicuramente non troppo ben accettato).

L’etimologia è chiara – e ne abbiamo già accennato: tid (tempo) + optimist (ottimista). È la versione nordica di quel modo di dire che in Italia suonerebbe come: “Ma sì, ce la faccio di sicuro”. Anche quando non è vero.

A differenza dei termini inventati online o nei meme, tidsoptimist è registrato nei dizionari svedesi più diffusi (SAOL e Svenska.se), quindi non parliamo di una moda passeggera: è un concetto che ha trovato piena cittadinanza linguistica.

Non è procrastinazione: è una fallacia cognitiva travestita da entusiasmo

Da un punto di vista psicologico, il tidsottimismo si collega a due fenomeni molto studiati: la planning fallacy e il bias dell’ottimismo.

La planning fallacy — teorizzata da Daniel Kahneman e Amos Tversky — descrive proprio la nostra incapacità strutturale di stimare il tempo reale necessario per completare un compito. Anche quando sappiamo come sono andate le cose in passato, riusciamo comunque a convincerci che “questa volta sarà diverso”.

Poi c’è l’ottimismo cognitivo, quel filtro mentale che ci porta a immaginare scenari più lisci, più rapidi, più favorevoli. Chi vive in modalità tidsottimista non lo fa per leggerezza: è, anzi, la persona che si butta nelle cose con entusiasmo sincero. Ha la percezione — quasi fisica — che riuscirà a fare tutto. Solo che il tempo, purtroppo, non è elastico.

Essere tidsottimisti significa voler fare di più, non curarsene di meno

E qui entra in gioco un punto che spesso sfugge: l’ottimista del tempo non è svogliato. Al contrario, è qualcuno che tende a caricarsi di attività perché gli sembra sempre possibile infilare ancora qualcosa. È un tratto energico, non pigro.

E questo spiega anche la frustrazione che molti tidsottimisti provano quando si rendono conto di essere — ancora una volta — in ritardo: non è superficialità, è la discrepanza tra il mondo ideale e quello reale.

Riconoscere il meccanismo non significa cambiare personalità, ma aggiustare il tiro. Accettare che quell’entusiasmo può restare, purché accompagnato da un minimo di realismo temporale: cinque minuti sono cinque minuti, non dieci. Un’ora non contiene miracolosamente un’ora e mezza.

L’ottimismo resta, il resto si impara

Alla fine, il tidsottimismo è un’etichetta che ci permette di leggerci meglio. Una piccola parola straniera che descrive una dinamica fin troppo familiare: credere che ci sia tempo. In fondo, è un modo per dirci che l’ottimismo non va cancellato, va semplicemente ricalibrato. Con gentilezza, senza processi.

Perché sì, possiamo continuare a pensare che “tanto ce la facciamo”. Ma con la consapevolezza — decisamente più adulta — che il tempo non è il nostro alleato in automatico: lo diventa solo quando smettiamo di sottovalutarlo.

Lascia un commento