Vietare la carne di cavallo in Italia? La legge che strappa con la tradizione

In Italia si discute il divieto sulla macellazione del cavallo: tra sensibilità animalista e tradizioni locali, il confronto è più profondo di quanto sembri.

Il 2026 regala una curiosa circostanza legata al mondo dell’equino. Mentre in Cina si entra (il prossimo 17 febbraio sarà il capodanno che darà via all’anno 4724) nell’anno del Cavallo, simbolo di energia, slancio e prosperità secondo il calendario lunare, in Italia si discute se vietarne la macellazione.

Al Senato è stata infatti incardinata in commissione Ambiente una proposta di legge che punta a riconoscere cavalli e pony, ma anche muli, asini e bardotti, come “animali da affezione”, attribuendo loro la dicitura “Non Dpa”non destinato alla produzione alimentare.

Il testo, a firma delle parlamentari Susanna Cherchi (M5S) e Luana Zanella (Avs), incorpora anche un analogo provvedimento presentato da Michela Brambilla (Noi-Moderati). Le sanzioni previste sono severe: multa tra 30 e 100 mila euro e reclusione da tre mesi a tre anni per chi allevi equidi destinati alla macellazione, con aggravante in caso di immissione sul mercato delle carni.

Il dibattito non nasce oggi. Animal Equality Italia, attiva da anni su questo fronte, sottolinea come sia la prima volta che l’iter legislativo prenda davvero avvio dopo diversi tentativi.

La proposta prevede anche l’obbligo, entro due mesi dall’entrata in vigore, di iscrizione di tutti gli equidi al Registro anagrafico con inoculazione di un microchip identificativo, pena sanzioni tra 20 e 50 mila euro in caso di mancata iscrizione.

I numeri, intanto, raccontano una realtà in riduzione. Secondo dati riportati dal Sole 24 Ore e allegati alla proposta di legge, al 1° gennaio 2012 i capi macellati erano 4.609 (2.952 provenienti dall’estero e 1.657 dall’Italia). Nel 2019 il totale era sceso a 3.636. A inizio 2025 si parla di 2.012 capi complessivi, di cui 567 dall’estero e 1.445 italiani. Un calo progressivo che fotografa un consumo già in contrazione.

Cavallo e tradizione culinaria in Italia: quando l’equino non è un’astrazione

Eppure il cavallo, in Italia, non è un animale “astratto”. È cultura gastronomica radicata in territori precisi. In Veneto la pastissada de caval è piatto identitario; in Puglia, tra Bari e Salento, le brasciole e i pezzetti di cavallo alla pignata fanno parte del lessico culinario; in Sicilia, soprattutto nell’area di Catania, la carne di cavallo alla brace è un rito urbano, quasi una grammatica popolare.

Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Trentino conservano ricette storiche che non sono folclore, ma tradizione viva. Il punto, allora, non è solo giuridico. È culturale.

Il nodo vero: perché il cavallo sì e gli altri no?

Se si sceglie di considerare il cavallo un animale da affezione in senso assoluto, si compie un salto simbolico forte. Ma la domanda – inevitabile – resta: perché il cavallo sì e il maiale no? Perché il pollo o il bovino dovrebbero restare animali destinati alla filiera alimentare e l’equide no?

È un tema che interroga la sensibilità collettiva più che il codice penale. Le categorie morali applicate agli animali sono storicamente mobili, influenzate da tradizioni, affettività, economia. E qui si innesta un secondo punto, altrettanto reale: il benessere animale.

Esiste il tema – serio – delle pratiche abusive nella macellazione, documentate da diverse inchieste e oggetto anche di raccomandazioni scientifiche dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare). Il benessere animale non è una variabile secondaria. Ma vietare una filiera significa incidere su economie locali, su mestieri, su identità territoriali che hanno attraversato generazioni.

Non si tratta di banalizzare la sensibilità animalista né di ignorare l’evoluzione etica della società. Si tratta di capire se la soluzione sia l’abolizione selettiva o una riforma complessiva del rapporto tra uomo e allevamento. Perché, altrimenti, il rischio è di procedere per simboli: salvare il cavallo e continuare a macellare tutto il resto, come se la gerarchia fosse autoevidente.

Nel frattempo, mentre in Asia il Cavallo è augurio di fortuna e prosperità, in Italia diventa oggetto di un confronto che tocca corde profonde. Non solo legislative, ma identitarie. E la domanda resta aperta: stiamo ridefinendo i confini dell’etica alimentare o stiamo scegliendo, semplicemente, quale animale ha maggiore valore per noi?

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