Il romanzo d’esordio di Marta Cicilloni esplora distanza emotiva, sentimenti taciuti e l’ombra dello stalking con una delicatezza rara e autentica.
Ci sono romanzi che non cercano un genere, né un’etichetta precisa. Preferiscono respirare, lasciarsi attraversare dai sentimenti e restituire al lettore qualcosa di vero, di non filtrato. Le nostre tracce, esordio narrativo di Marta Cicilloni, appartiene proprio a questa categoria: una storia che vive nello spazio incerto tra ironia e turbamento, vicinanza e ferite, nostalgia e paura di sentirsi troppo.
Tommaso è a Londra, catturato dall’illusione che cambiare città significhi cambiare pelle. Vittoria, invece, resta nel Sud-Italia, sospesa tra ciò che conosce e ciò che avrebbe voluto provare a diventare. Sono due adulti giovani ma non più incoscienti, due voci che si alternano con naturalezza, come se parlassero a un amico fidato. Eppure, dietro quella disinvoltura, c’è sempre un nodo che stringe: la difficoltà di dire davvero ciò che si prova.
Il romanzo lavora sulla distanza, certo, ma quella vera non è mai chilometrica.
È fatta di domande non dette, di telefonate fatte al momento sbagliato, di esitazioni che diventano abitudini. È il “non ti ho scritto, ma ho pensato di farlo”, che in fondo è una dichiarazione mascherata.
Cicilloni costruisce questa relazione a due voci come se fosse un film: battute brevi, momenti sospesi, una colonna sonora che passa da coincidenze a telepatie, fino a quelle frasi che non si dimenticano mai perché arrivano al momento esatto in cui servono. Ma qui non c’è solo romanticismo. In controluce ci sono temi più duri: la precarietà affettiva, la paura di non essere all’altezza, e soprattutto l’ombra dello stalking, trattata dall’autrice con una delicatezza rara, senza mai cedere al sensazionalismo.
Lo stalking, qui, non è una forzatura narrativa, ma una ferita che attraversa i personaggi. Una presenza che mostra quanto sia sottile la linea che separa il desiderio di vicinanza dall’ossessione. Cicilloni non giudica, non moralizza—mostra. E il risultato è ancora più potente.
Tommaso e Vittoria sono due mondi che si cercano e si sfuggono, e il romanzo diventa un’indagine gentile su come si comunica quando ci si sente vulnerabili. Perché non è vero che dire ciò che si pensa sia semplice, e questo libro lo sa bene. La scrittura è colloquiale ma intensa, capace di passare dalla leggerezza a un realismo emotivo che arriva dritto, senza rumore.
Il messaggio che rimane è forse il più semplice e il più difficile da seguire:
non bisogna rimandare i sentimenti. Non bisogna nascondere la propria voce per paura che l’altra possa ferirsi o, peggio ancora, sparire.
Le nostre tracce è questo: un romanzo che non vuole stupire, ma accompagnare. E che riesce nel suo intento più ambizioso: riscaldare il cuore del lettore, lasciando quella sensazione rara di aver toccato qualcosa di sincero.