Il Power Ranger verde ha davvero derubato decine di case in Giappone? La storia, i fatti e l’equivoco

Un ex stuntman legato all’universo dei Power Rangers fu arrestato in Giappone per una serie di furti. Ma cosa c’è di vero?

Per chi è cresciuto con Mighty Morphin Power Rangers, il Power Ranger verde non era “solo” un personaggio: era un evento. Entrava in scena e cambiava l’energia della serie, alzava il livello delle battaglie, spostava il tono. Per lo scrivente, va detto, fu anche un piccolo trauma: appassionato com’ero del Ranger rosso, l’arrivo di un personaggio se possibile ancora più carismatico suonò quasi come un tradimento.

Pochi sanno — o pochi ricordano — che molte delle scene d’azione che associamo istintivamente alla televisione americana arrivavano in realtà dal Giappone. I dialoghi e le parti “a volto scoperto” venivano girati negli Stati Uniti; combattimenti, acrobazie e sequenze in costume erano invece presi dalle serie Super Sentai, rimontati con intelligenza e una certa grazia artigianale.

Questa premessa non è un dettaglio per addetti ai lavori: serve a capire come nasce, anni dopo, una storia che ha iniziato a circolare online con toni sempre più sensazionalistici. Una storia vera, ma spesso raccontata male.

Dal tokusatsu alla cronaca: cosa ha fatto davvero Yasutomo Ihara

Nel 2014, in Giappone, le autorità arrestano Yasutomo Ihara per una serie di furti in abitazione commessi tra la fine del 2013 e l’estate del 2014. I capi d’accusa parlano di 43 intrusioni tra le città di Warabi e Toda, nella prefettura di Saitama, per un valore complessivo stimato in circa 8,2 milioni di yen. Il suo metodo colpisce subito l’immaginazione: Ihara si arrampicava lungo pareti e balconi, entrando dalle finestre dei piani superiori. Gli investigatori gli affibbiano un soprannome inevitabile: “Spider-Man Thief”.

Fin qui, i fatti. L’equivoco nasce dopo.

Ihara, oggi quarantatreenne, non poteva fisicamente essere uno degli stuntman originali di Mighty Morphin Power Rangers o di Kyoryu Sentai Zyuranger: all’epoca della messa in onda aveva circa dieci anni. La sua carriera nel mondo del tokusatsu arriva molto più tardi, a partire dal decennio successivo.

Negli anni Duemila Ihara lavora infatti come suit actor, cioè attore in costume, in produzioni legate ai franchise di Kamen Rider e in alcuni crossover di Super Sentai, tra cui Tensou Sentai Goseiger. In alcuni di questi progetti ha interpretato anche il Dragon Ranger, la versione giapponese del Green Ranger, ma solo in contesti successivi e celebrativi.

L’attore originale che dava volto a Burai, il Dragon Ranger, era Shiro Izumi; tra gli stuntman storici delle tute figurano Seiji Takaiwa, Yasuhiro Takeuchi e Hideki Kusaka. Ihara non appartiene a quella generazione.

Il legame con i Power Rangers, quindi, esiste ma non nel modo diretto in cui spesso viene raccontato. È un legame laterale, industriale, figlio del riuso del girato e dei crossover tardivi. Ed è proprio questa zona grigia ad aver alimentato titoli fuorvianti del tipo: “Il Power Ranger verde ha svaligiato decine di case”.

Resta però una storia che merita di essere raccontata per quello che è davvero. Dopo un grave infortunio al ginocchio che aveva interrotto la sua attività come stuntman, Ihara tentò la strada della recitazione. Le spese per le lezioni e la mancanza di entrate stabili lo portarono, secondo quanto ammesso da lui stesso, a imboccare una strada sbagliata. Si allenava di giorno nei parchi, studiava i movimenti, osservava le case vuote. Ancora una volta, tecnica e disciplina. Ma fuori posto.

Non è una storia da mitizzare né da assolvere. È però una parabola che dice molto sulla precarietà che si nasconde dietro l’industria culturale. I franchise sopravvivono a tutto, si rigenerano, restano disponibili in streaming. Chi lavora nell’ombra, invece, può sparire per una distorsione al ginocchio, una chiamata mancata, un contratto che non arriva più. Ed è lì che, a volte, si apre il vuoto.

La domanda giusta, forse, non è se “il Power Ranger verde” abbia davvero derubato decine di case. Ma perché una storia complessa continui a essere raccontata in modo semplice, quando la realtà — come spesso accade — è molto meno comoda.

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