Imprenditore, deputato e visionario: chi era Giovanni Antonio Sanna e perché la sua storia rivive oggi nel romanzo Il peso della galena.
Giovanni Antonio Sanna è una di quelle figure che sembrano appartenere più ai libri di storia che alla memoria collettiva. Eppure la sua traiettoria attraversa snodi cruciali dell’Ottocento italiano: l’ascesa della borghesia, il Risorgimento, la nascita dell’industria moderna, il rapporto irrisolto tra ricchezza privata e bene pubblico. Nato a Sassari nel 1819 e morto a Roma nel 1875, Sanna è stato imprenditore, politico, collezionista, benefattore. Ma soprattutto è stato un uomo fuori scala per il suo tempo e per la sua terra.
Partì giovane dalla Sardegna, quando l’isola offriva poche possibilità a chi non apparteneva ai ceti dominanti. A Marsiglia si fece strada come commerciante e mediatore portuale, costruendo le basi di una fortuna che avrebbe poi reinvestito con decisione e visione. Non fu un semplice accumulatore di capitali: Sanna intuì prima di molti altri che industria, infrastrutture e credito erano le vere leve del futuro. Tornato idealmente – e spesso concretamente – in Sardegna, legò il suo nome alla miniera di Montevecchio, destinata a diventare, già a metà Ottocento, la più grande del Regno d’Italia per numero di operai e capacità produttiva.
Accanto all’imprenditore c’era il politico. Sanna fu eletto deputato per tre legislature, prima nel Regno di Sardegna e poi nel neonato Regno d’Italia, difendendo con forza gli interessi dell’isola. La battaglia sugli ademprivi – i vasti terreni di uso civico ereditati dal sistema feudale – lo colloca tra quei parlamentari che provarono a dare voce a una Sardegna spesso marginalizzata nelle scelte nazionali. Le sue simpatie democratiche e progressiste non furono mai di facciata: si tradussero in prese di posizione nette e in un’idea di sviluppo che non separava economia e responsabilità sociale.
Eppure la sua eredità non si esaurisce in miniere e seggi parlamentari. Sanna ebbe una sensibilità culturale rara: raccolse reperti archeologici, opere d’arte, promosse una scuola di arti e mestieri. Da quella visione nacque il nucleo del Museo che oggi porta il suo nome, il Museo nazionale G. A. Sanna, uno dei principali poli archeologici della Sardegna. Un gesto che spiega perché, a Sassari, venga ricordato come benefattore prima ancora che come magnate.
Proprio da questa figura complessa prende avvio Il peso della galena, il romanzo storico di Laura Lanza. Il libro non nasce come operazione celebrativa, né come biografia romanzata nel senso più semplice del termine. Nasce da una ricerca lunga e paziente, da archivi, documenti, genealogie. Solo dopo, quando il quadro si è fatto chiaro, è arrivata la scelta del racconto. L’autrice lo ha spiegato anche durante una conversazione a Non è più Domenica: prima capire, poi narrare.
La galena, minerale ricco d’argento estratto per secoli a Montevecchio, diventa così molto più di una materia prima. È una metafora. Pesa nelle gallerie, ma pesa soprattutto nella vita privata di Sanna. Il romanzo mette al centro la famiglia, la moglie Mariette e le quattro figlie – Ignazia, Amelia, Enedina e Zelì – mostrando come il successo, l’ambizione e il denaro abbiano un costo umano spesso taciuto. Le relazioni, i matrimoni, le aspettative: tutto è attraversato da quella tensione continua tra affetto e interesse, tra sentimento e costruzione sociale.
È qui che si capisce perché dedicare oggi un libro a Giovanni Antonio Sanna abbia senso. Non per restituirgli una gloria dimenticata, ma per usarne la storia come lente. Il peso della galena parla di un’Italia che cambia, ma anche di dinamiche senza tempo: il prezzo del progresso, l’isolamento di chi sale troppo in fretta, l’oblio che spesso colpisce proprio chi ha inciso di più. A Sassari esiste un museo a lui intitolato, eppure il suo nome dice poco a molti. Raccontarlo, oggi, significa colmare un vuoto di memoria e, allo stesso tempo, interrogare il presente.