Chi era il reverendo Jones citato da Beppe Grillo contro Giuseppe Conte: il massacro di Jonestown e il senso del paragone

«Oggi il Movimento è un’altra cosa, in mano al reverendo Jones, l’uomo che sussurrava ai cavilli». È tornato a parlare Beppe Grillo e, ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast, ha riservato a Giuseppe Conte un paragone che richiede qualche spiegazione.

Il reverendo in questione non è una figura minore della politica americana né il protagonista di qualche film. È Jim Jones, fondatore del Peoples Temple e responsabile della tragedia di Jonestown, dove il 18 novembre 1978 morirono più di 900 persone.

Grillo ha aggiunto che il Movimento 5 Stelle avrebbe «di progressista solo la paralisi della mente, progressiva» e sarebbe ormai privo di idee. Ma il riferimento a Jones va oltre la consueta battuta contro l’avvocato Conte e i suoi cavilli: evoca il culto del leader, l’obbedienza assoluta e un’intera comunità condotta verso la distruzione.

Chi era Jim Jones, il leader del Peoples Temple

James Warren Jones nacque il 13 maggio 1931 in Indiana. Cresciuto in una famiglia povera, si interessò presto alla religione e alla predicazione, mostrando fin da giovane quella capacità di affascinare, convincere e dominare le persone che avrebbe segnato tutta la sua storia.

Negli anni Cinquanta fondò il Peoples Temple, una comunità religiosa che inizialmente si presentava con caratteristiche piuttosto diverse da quelle che oggi associamo alla parola “setta”. Jones predicava l’integrazione razziale, accoglieva afroamericani in un periodo in cui molte chiese statunitensi erano ancora rigidamente segregate e mescolava cristianesimo, socialismo, uguaglianza economica e assistenza ai più poveri.

Intorno a queste idee costruì un seguito consistente. Il Peoples Temple si trasferì prima in California, diventando influente anche negli ambienti politici progressisti di San Francisco. Nel frattempo, però, il potere del suo fondatore assumeva forme sempre più inquietanti.

Jones organizzava false guarigioni, pretendeva fedeltà personale, controllava i rapporti familiari e le finanze degli adepti. Chi provava ad allontanarsi rischiava umiliazioni, minacce o ritorsioni. Il progetto sociale era ormai inseparabile dalla figura del capo: Jones non guidava semplicemente il gruppo, si presentava come l’unica persona capace di salvarlo.

Quando le accuse di abusi e manipolazioni cominciarono a moltiplicarsi, il predicatore trasferì centinaia di seguaci in Guyana, in una comunità agricola isolata che prese il nome di Jonestown. Doveva essere un’utopia socialista lontana dal capitalismo americano. Divenne una prigione sorvegliata da uomini armati, con comunicazioni controllate, lavoro estenuante e interminabili discorsi di Jones trasmessi dagli altoparlanti.

Il massacro di Jonestown del 18 novembre 1978

Nel novembre 1978 il deputato statunitense Leo Ryan raggiunse Jonestown insieme ad alcuni giornalisti e ai familiari degli aderenti al Peoples Temple. Voleva verificare le denunce di chi sosteneva che molte persone fossero trattenute nella comunità contro la propria volontà.

Durante la visita, alcuni membri chiesero di poter partire con la delegazione. Mentre Ryan e gli altri si preparavano a lasciare la Guyana, un gruppo armato legato al Peoples Temple li attaccò sulla pista di Port Kaituma. Morirono il deputato e altre quattro persone.

Poco dopo Jones convocò i seguaci e ordinò quello che definiva un «suicidio rivoluzionario». A Jonestown morirono 909 persone, oltre 300 delle quali minorenni, avvelenate con una bevanda contenente cianuro. In totale, considerando anche gli omicidi avvenuti sulla pista e le altre vittime collegate al Peoples Temple, i morti furono 918.

Per molto tempo si è parlato semplicemente di suicidio collettivo. La definizione di omicidio-suicidio di massa è però più corretta: i bambini non potevano scegliere, diverse persone furono costrette a ingerire il veleno e altre vennero uccise con iniezioni. Lo stesso Jones fu trovato morto con una ferita d’arma da fuoco.

La tragedia è rimasta il simbolo estremo dell’obbedienza cieca a un capo carismatico. Da Jonestown deriva anche l’espressione inglese drinking the Kool-Aid, ancora utilizzata per indicare chi accetta senza discutere le idee di un leader o di un gruppo (anche se la bevanda utilizzata quel giorno era Flavor Aid).

Perché Grillo paragona Giuseppe Conte al reverendo Jones

Il riferimento di Grillo non è nuovo. Già nell’aprile 2026 il fondatore del Movimento 5 Stelle aveva pubblicato come stato WhatsApp un fotomontaggio con Giuseppe Conte nei panni di Jim Jones. Accanto a lui compariva il deputato e notaio Alfonso Colucci, ribattezzato «l’uomo che sussurra ai cavilli». L’immagine arrivava mentre il M5S si preparava alle primarie del centrosinistra e venne interpretata come la previsione – piuttosto esplicita – di un suicidio politico del partito sotto la guida di Conte.

Nell’intervista a Pulp Podcast, Grillo ha condensato i due riferimenti in un’unica frase: il Movimento sarebbe «in mano al reverendo Jones, l’uomo che sussurrava ai cavilli». Il bersaglio principale resta Conte, accusato di aver trasformato il M5S in un partito normale, privo della spinta originaria e destinato a dissolversi insieme alla propria comunità di fedelissimi.

Il paragone, evidentemente, è politico e provocatorio. Grillo non sta attribuendo a Conte le azioni criminali di Jones. Sta suggerendo che l’ex presidente del Consiglio stia conducendo ciò che rimane del Movimento verso una forma di estinzione, mentre chi gli sta intorno continua a seguirlo.

Fa però sorridere che abbia scelto proprio Jim Jones, caso emblematico del culto del leader, quel Beppe Grillo che attorno alla propria figura ha costruito il Movimento 5 Stelle e ne è stato per anni padre, garante e, nella sostanza, padrone. Proprio lui che – tra il serio, il faceto e il mistico – si definiva «l’Elevato».

Che sia un modo per proiettare su Giuseppe Conte qualcosa di se stesso? Oppure Grillo vuole evocare consapevolmente il suicidio collettivo per descrivere quello politico del M5S? In questo secondo caso bisognerebbe domandarsi quando sia cominciato. Con Conte oppure prima, quando il partito del vaffa entrò nelle stanze del potere, sostenne governi molto diversi tra loro e trovò in Luigi Di Maio un leader sempre più simile a un esponente della vecchia Democrazia Cristiana?

Il libro di Enrico Pozzi sul “carisma malato”

Per comprendere Jonestown senza ridurre tutto alla follia di un singolo uomo, rimane prezioso il libro dello psicologo sociale Enrico Pozzi, Il carisma malato. Il People’s Temple e il suicidio collettivo di Jonestown, pubblicato da Liguori nel 1992.

Pozzi analizza documenti e registrazioni della comunità, compreso l’audio delle ultime ore, per rispondere a una domanda più complessa del semplice “come ha fatto Jones a convincerli?”. Il libro indaga il rapporto che si crea tra il capo e il gruppo, il modo in cui il consenso diventa obbedienza e come un’intera comunità possa finire per riconoscersi totalmente nella persona che la domina.

Ed è probabilmente qui che il paragone di Grillo diventa più interessante di quanto volesse essere: non tanto nel macabro richiamo al massacro, quanto nella difficoltà di distinguere un movimento dal leader che pretende di incarnarlo. Vale per Conte? Può darsi. Ma, nella storia del Movimento 5 Stelle, la domanda riguarda anche chi quel movimento lo ha creato.

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