Ci sono storie che, osservate singolarmente, sembrano riguardare soltanto una città. Poi però capita di metterle una accanto all’altra e ci si accorge che raccontano qualcosa di molto più grande, anche perché la sincronicità degli eventi sembra far intravedere quantomeno un idem sentire sul tema.
Succede a Catania, succede a Bacoli, succede a Spotorno. Tre luoghi lontani tra loro, tre contesti diversi, e una domanda da porsi (sebbene per noi si tratti di una domanda retorica): chi ha davvero diritto ad accedere al mare? Il mare a chi appartiene?
In gioco c’è il rapporto tra interesse privato e bene comune, tra concessioni e diritto collettivo, tra una costa vissuta come patrimonio di tutti e una trasformata, nel tempo, in uno spazio sempre più difficile da raggiungere senza pagare (e non tutti possono permetterselo) o senza aggirare cancelli, recinzioni e limitazioni.
Il caso Catania e quella spiaggia che il mare ha riportato alla luce
Il caso simbolo arriva dalla Sicilia. Dopo il passaggio del ciclone Harry, che a gennaio ha provocato pesanti danni lungo la costa orientale dell’isola, il volto del tratto di mare davanti a Porto Rossi è cambiato radicalmente. La mareggiata non ha soltanto compromesso una struttura portuale già fragile: ha anche riportato alla luce una porzione di costa che per decenni era rimasta di fatto sottratta alla città.
L’associazione Salmastra ha scelto di trasformare questa scoperta in una riflessione pubblica. Nei giorni scorsi decine di persone hanno raggiunto via mare (e in maniera piratesca, ad usare le parole degli attivisti) il Caito, una piccola baia di sabbia nera conosciuta soprattutto dai catanesi più anziani. Oggi quella spiaggia è raggiungibile praticamente soltanto dall’acqua, ma per gli organizzatori rappresenta l’occasione per riaprire un dibattito sull’accessibilità del litorale.
I numeri raccontano una situazione particolare: lungo circa cinque chilometri di costa, tra l’area della stazione e San Giovanni Li Cuti, soltanto poche centinaia di metri risultano realmente fruibili dai cittadini. In estate, inoltre, gli spazi dove fare il bagno gratuitamente sono estremamente limitati.
Secondo Matteo Iannitti, presidente di Arci Catania, quella del Caito era un’insenatura naturale che negli anni Sessanta venne progressivamente trasformata con la realizzazione di Porto Rossi. Per costruire il terrapieno furono utilizzati anche materiali provenienti dalle demolizioni di San Berillo, modificando in maniera permanente la morfologia della costa.
Il ciclone Harry, tuttavia, non può essere considerato l’unico responsabile del crollo del porto. La documentazione tecnica prodotta negli anni precedenti evidenziava già criticità strutturali importanti: erosione costiera, instabilità della diga foranea, necessità di continui interventi di manutenzione e un’area classificata per lungo tempo con elevati livelli di rischio idrogeologico. Lo stesso progetto di ampliamento presentato nel 2019 sottolineava più volte la vulnerabilità del sito.
Da qui nasce la proposta avanzata dalle associazioni: invece di ricostruire semplicemente quanto esisteva prima, immaginare un diverso utilizzo dell’area, trasformando l’attuale strada crollata in una passerella pedonale e restituendo quella spiaggia alla città.
Da Bacoli a Spotorno, cambia il paesaggio ma non il dibattito
Se a Catania il confronto nasce da una trasformazione naturale della costa, a Bacoli prende forma attorno a un episodio che ha fatto discutere.
Una turista avrebbe chiesto di utilizzare il bagno di uno stabilimento dopo aver consumato una bibita al bar del lido. Secondo il racconto del sindaco Josi Della Ragione, la donna sarebbe stata insultata dal gestore, che l’avrebbe definita “pezzente”. Il primo cittadino ha deciso di rendere pubblica la vicenda, ribadendo la propria linea politica: aumentare gli spazi destinati alle spiagge libere e ridurre il peso delle concessioni tradizionali.
Della Ragione parla apertamente di una trasformazione del litorale che punta ad arrivare fino all’80% tra spiagge libere e spiagge libere attrezzate, accompagnata da nuove assegnazioni tramite bandi pubblici. Un progetto che ha inevitabilmente acceso lo scontro con una parte degli operatori balneari.
Ancora più a nord, in Liguria, la discussione assume contorni simili. A Spotorno il Comune ha deciso di portare gli spazi liberi dal 3,5% fino ad almeno il 40% della costa, in linea con quanto previsto dalla normativa regionale.
La scelta ha provocato una forte protesta da parte di numerosi gestori degli stabilimenti, culminata persino nella loro assenza alla cerimonia per la consegna della Bandiera Blu. Da una parte gli operatori rivendicano gli investimenti effettuati negli anni e denunciano una gestione pubblica meno efficiente; dall’altra il sindaco Mattia Fiorini rivendica una visione diversa del rapporto tra città e litorale.
«Il mare è un bene di tutti», è in sostanza il principio che guida il progetto, sostenuto anche da diverse associazioni ambientaliste e dei consumatori.
Un filo rosso che attraversa l’Italia
Le tre vicende non sono identiche e sarebbe sbagliato sovrapporle completamente. A Catania si discute del futuro di un’area trasformata da un evento naturale su una costa già fragile (e che ha pochi spazi liberamente fruibili); a Bacoli il confronto riguarda il rapporto tra concessionari e cittadini; a Spotorno il tema principale è la redistribuzione degli spazi demaniali.
Ma un elemento unisce le tre vicende: in tutti e tre i casi emerge l’idea che il mare non sia semplicemente una risorsa economica, ma un patrimonio collettivo, e la parola chiave in tal senso è chiara – restituire. Restituire spazi che il tempo, le scelte urbanistiche o determinate modalità di gestione hanno progressivamente sottratto alla collettività per riequilibrare un rapporto che negli anni si è troppo spesso inclinato verso l’interesse privato.