Il 15 ottobre 2026 una Tesla Roadster ha percorso una rampa, si è ritrovata a testa in giù e poi si è staccata dalla struttura, ruotando in aria prima di atterrare sulle quattro ruote. Poco dopo, un’altra vettura ha sorvolato una fila di mezzi Tesla, compresa la motrice di un Semi.
In entrambi i casi la Roadster è riuscita ad innalzarsi dal terreno. Su questo c’è poco da discutere: la Tesla volante, almeno per qualche secondo e in condizioni preparate con cura, esiste.
La domanda è un’altra. Quanto somiglia ciò che abbiamo visto all’automobile che un cliente potrà guidare — o far decollare, ammesso che qualcuno glielo permetta — sulle strade di tutti i giorni?
Perché tra un prototipo capace di completare un numero da circo e una vettura prodotta in serie c’è di mezzo praticamente tutto: peso, autonomia, sicurezza, omologazione, prezzo. E, trattandosi di una promessa di Elon Musk, anche una discreta quantità di precedenti che può far pensare che il lancio di una macchina volante non sia esattamente imminente.
Come fa la Tesla Roadster a volare
Non ci sono ali, eliche né qualche tecnologia segreta recuperata in un laboratorio di SpaceX. La versione più estrema della nuova Roadster utilizza dieci ugelli alimentati da circa 600 litri di aria compressa, immagazzinata all’interno di appositi serbatoi ad alta pressione.
Il funzionamento è quello dei propulsori a gas freddo: l’aria viene espulsa rapidamente dagli ugelli e la reazione spinge l’automobile nella direzione opposta. Distribuendo i propulsori in diversi punti della carrozzeria, Tesla può far sollevare la vettura, ruotarla e correggerne la posizione durante il brevissimo volo. Non c’è combustione e non viene utilizzato carburante nel senso tradizionale del termine.
La parte della dimostrazione in cui la Roadster percorre la rampa a testa in giù dipende invece da un altro sistema. Quattro ventole elettriche e alcune minigonne mobili creano una depressione sotto l’automobile, incollandola alla superficie anche quando la normale aerodinamica non sarebbe sufficiente.
Il principio non nasce oggi. La Brabham BT46B lo portò in Formula 1 nel 1978, mentre la McMurtry Spéirling ha già mostrato in tempi recenti cosa possa fare un’automobile dotata di un sistema di aspirazione particolarmente efficace. Tesla ha messo insieme questa soluzione con i propulsori ad aria compressa e ha confezionato uno spettacolo notevole.
Rimane però una distinzione importante: la Roadster non vola come un aereo o un elicottero. Può compiere salti controllati, restare sospesa per pochi istanti e modificare il proprio assetto in aria. Chiamarla automobile volante funziona magnificamente in un post su X; dal punto di vista tecnico siamo più vicini a un’auto capace di spararsi in aria e tornare intera sulla pista (che, va detto, non è comunque poco).
Il calcolo di Yann LeCun: cinque secondi e poi basta
Tra gli osservatori meno impressionati dallo show c’è stato Yann LeCun, informatico francese e uno dei nomi centrali nello sviluppo dell’intelligenza artificiale moderna.
LeCun ha definito la dimostrazione una trovata di marketing e ha provato a fare due conti. Anche ipotizzando che metà della massa dell’automobile fosse costituita dall’aria compressa necessaria ad alimentare i propulsori, secondo il suo calcolo la Roadster potrebbe produrre una spinta superiore al proprio peso per meno di dieci secondi. Più probabilmente, per circa cinque.
La conclusione è piuttosto netta: il prototipo utilizzato nello spettacolo potrebbe essere stato un guscio alleggerito e riempito di serbatoi, non una normale automobile elettrica pronta a viaggiare con batteria, abitacolo e dotazioni di sicurezza.
Tesla ha già ammesso che la configurazione Rocket richiede la rimozione del sedile del passeggero per fare spazio al sistema. Non sappiamo però quanto altro sia stato sacrificato. Alcune immagini del fondo della vettura, riprese durante il salto, hanno inoltre alimentato il sospetto che il prototipo utilizzato per volare non avesse lo stesso impianto di aspirazione impiegato dall’esemplare rimasto capovolto sulla rampa.
Potrebbero dunque essere state mostrate due Roadster con configurazioni differenti, ognuna preparata per svolgere un compito preciso. Non sarebbe una frode: un evento di presentazione serve anche a mostrare prototipi e tecnologie ancora in fase di sviluppo. Diventerebbe discutibile soltanto se Tesla lasciasse intendere che tutte quelle caratteristiche siano già riunite in un’unica automobile utilizzabile, senza consentire verifiche indipendenti.
Al momento non è possibile stabilirlo. I giornalisti non hanno potuto ispezionare nel dettaglio i mezzi protagonisti della dimostrazione e nessuno, al di fuori di Tesla, ha provato la Roadster.
Il prototipo non è ancora un’automobile
La seconda generazione della Roadster venne presentata nel novembre 2017 e avrebbe dovuto entrare in produzione nel 2020. Sei anni dopo quella data, siamo ancora davanti a prototipi e nuove promesse. La produzione, secondo le indicazioni emerse durante l’ultimo evento, non dovrebbe cominciare prima del 2028.
Nel frattempo è cambiata anche l’automobile. La Roadster mostrata nel 2017 doveva avere quattro posti e un’autonomia dichiarata di circa 620 miglia, quasi mille chilometri. Il nuovo progetto prevede al massimo due sedili e promette poco più di 300 miglia, circa 480 chilometri. La versione Rocket ne avrà uno soltanto.
Poi c’è l’omologazione. Permettere a un privato di utilizzare su una strada pubblica un sistema capace di spingere un’automobile verso l’alto non è esattamente una formalità. Bisognerebbe stabilire dove possa essere attivato, con quali distanze di sicurezza e cosa accada in caso di guasto, atterraggio sbagliato o azionamento involontario nel traffico.
E resta il piccolo problema dell’aria espulsa ad alta pressione, che dovrà pure finire da qualche parte. Un effetto secondario trascurabile su una pista isolata, molto meno nel parcheggio di un supermercato.
Tesla ha già mostrato in passato più di quanto avesse
Lo scetticismo non nasce soltanto dall’avversione verso Musk o dall’incapacità di accettare che un’automobile possa fare una capriola (perché di questo parliamo, alla fine della fiera).
Nel 2016 Tesla pubblicò un video nel quale una vettura percorreva autonomamente strade pubbliche, rispettava semafori e completava il viaggio senza interventi apparenti. Musk lo presentò come la dimostrazione che l’auto fosse in grado di guidarsi da sola. Anni dopo, durante una testimonianza giudiziaria, un ingegnere Tesla ammise che il percorso era stato preparato in anticipo e che l’automobile si era anche schiantata durante uno dei tentativi.
Qualcosa di simile è accaduto nell’ottobre 2024 con i robot Optimus. All’evento We, Robot servivano drink, ballavano e conversavano con gli ospiti, dando l’impressione di essere largamente autonomi. In realtà diverse operazioni erano gestite a distanza da esseri umani.
Con la Roadster potrebbe essere successa la stessa cosa. Il salto è reale, la capriola pure e i propulsori ad aria compressa possono funzionare esattamente come Tesla sostiene. Da qui a vendere un’automobile elettrica completa, guidabile su strada e capace di replicare quelle evoluzioni, però, c’è una distanza molto più lunga dei pochi metri coperti in volo durante la presentazione.

