Il contraccettivo maschile reversibile non è ancora arrivato, né sotto forma di pillola né attraverso una delle tante soluzioni annunciate negli ultimi decenni. Un gruppo di ricercatori della Cornell University ha però dimostrato che potrebbe essere possibile interrompere temporaneamente la produzione di spermatozoi senza intervenire sugli ormoni e, soprattutto, senza compromettere in modo permanente la fertilità.
Il risultato è stato ottenuto nei topi e va quindi considerato per ciò che è: una prova di principio, non un trattamento pronto per l’impiego sull’uomo. La differenza non è secondaria. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, indica tuttavia una strada concreta per affrontare uno dei principali problemi della contraccezione maschile: fermare gli spermatozoi senza danneggiare le cellule dalle quali continueranno a essere prodotti in futuro.
Fermare la produzione di spermatozoi durante la meiosi
La strategia elaborata dal gruppo coordinato dalla genetista Paula Cohen prende di mira la meiosi, il processo di divisione cellulare attraverso il quale vengono prodotti i gameti. Negli uomini, le cellule con 46 cromosomi danno origine a cellule che ne contengono 23 e che, dopo ulteriori trasformazioni, diventano spermatozoi.
I ricercatori hanno scelto di intervenire durante la profase I, una fase iniziale della meiosi. Agire prima avrebbe potuto danneggiare le cellule staminali spermatogoniali, indispensabili per continuare a produrre spermatozoi per tutta la vita. Intervenire più tardi, invece, avrebbe lasciato aperta la possibilità che alcuni spermatozoi già in formazione riuscissero a completare il proprio sviluppo.
Per verificare l’ipotesi è stato utilizzato JQ1, un inibitore di piccole dimensioni molecolari già impiegato come strumento di ricerca negli studi sul cancro e sulle malattie infiammatorie. Il composto interferisce con alcune proteine coinvolte nell’attività dei geni e, nei test condotti dalla Cornell, ha interrotto la meiosi eliminando le cellule durante la profase I. In questo modo è stata bloccata anche l’attivazione dei geni necessari alle fasi successive della formazione degli spermatozoi.
Tre settimane di trattamento e nessuno spermatozoo
I topi maschi hanno ricevuto JQ1 ogni giorno per tre settimane. Al termine del trattamento, la spermatogenesi risultava compromessa e gli animali non producevano spermatozoi maturi né erano in grado di generare cucciolate. Le analisi hanno inoltre mostrato alterazioni nei normali movimenti e nell’organizzazione dei cromosomi durante la profase I.
Il passaggio decisivo è arrivato dopo la sospensione del composto. Nel giro di circa sei settimane, gran parte dei parametri biologici legati alla meiosi è tornata alla normalità e i testicoli sono stati progressivamente ripopolati dalle cellule coinvolte nella produzione degli spermatozoi. Il recupero completo della fertilità ha richiesto più tempo, ma alla fine i topi trattati sono riusciti nuovamente a riprodursi.
I ricercatori hanno seguito anche la generazione successiva. I cuccioli nati dopo il recupero della fertilità erano sani e, una volta adulti, si sono dimostrati a loro volta fertili. È un elemento particolarmente importante, perché suggerisce che l’interruzione temporanea della meiosi non abbia prodotto conseguenze riproduttive evidenti nella prole.
JQ1, in ogni caso, non sarà il futuro contraccettivo maschile. Il composto può raggiungere il sistema nervoso centrale ed è associato a effetti collaterali neurologici che lo rendono inadatto a un utilizzo di questo tipo. È servito piuttosto a dimostrare che la meiosi può essere bloccata e successivamente riavviata senza distruggere il sistema che alimenta la produzione degli spermatozoi.
Perché questo esperimento non significa che una pillola maschile sia vicina
Le opzioni contraccettive attualmente disponibili per gli uomini rimangono essenzialmente due: il preservativo e la vasectomia. La seconda offre una soluzione di lunga durata, ma richiede un intervento chirurgico e la sua eventuale reversibilità non può essere garantita in ogni caso. Da qui l’interesse per un metodo farmacologico che possa durare diversi mesi e lasciare intatti libido, testosterone e caratteri sessuali secondari.
Il gruppo di Cornell sta ora studiando altri tre bersagli genetici capaci di interrompere la meiosi in una fase ancora più precoce. L’obiettivo è individuare molecole più selettive, che agiscano soltanto nel testicolo e che non presentino gli effetti indesiderati di JQ1. Prima di arrivare a una sperimentazione sull’uomo serviranno nuove verifiche sulla sicurezza, sui dosaggi, sui tempi necessari per ottenere l’effetto contraccettivo e sulla regolarità del successivo recupero.
Paula Cohen ha ipotizzato che un eventuale prodotto possa essere somministrato attraverso un’iniezione ogni tre mesi oppure mediante un cerotto capace di rilasciare il principio attivo con continuità. Al momento, però, si tratta soltanto di possibili modalità d’impiego: non esiste ancora un farmaco candidato pronto per gli studi clinici.
La ricerca risolve quindi un problema biologico, non ancora quello farmaceutico. Dimostra che la produzione di spermatozoi può essere spenta intervenendo sulla meiosi e che, almeno nei topi, il processo può ripartire fino al recupero della fertilità e alla nascita di una prole sana. Per una contraccezione maschile reversibile destinata alle persone la strada resta lunga, ma adesso dispone di un punto di partenza più solido.

