Thailandia, rampollo della Red Bull braccato da Interpol. Investì con la sua Ferrari un agente

Thailandia, rampollo della Red Bull braccato da Interpol. Investì con la sua Ferrari un agente
Otto anni a farsi gioco della giustizia spassandosela all’estero. Da adesso, però, Vorayuth “Boss” Yoovidhya, il nipote del fondatore thailandese della Red Bull, è braccato dall’Interpol per aver ucciso un poliziotto travolgendolo con la sua Ferrari. Da qui a un ipotetico processo che concluda questo caso-farsa la strada è lunga, e probabilmente impraticabile (scrive Alessandro Ursic dell’Ansa). Ma è significativo che ancora se ne parli, in una Thailandia dove le recenti proteste studentesche sono alimentate anche del crescente disgusto verso la tradizionale impunità dell’élite. 

Pochi giorni fa, ha detto la polizia di Bangkok, su richiesta delle autorità thailandesi l’Interpol ha emesso una «nota rossa» per l’arresto di ‘Boss’ (35 anni), un provvedimento un gradino sotto il mandato d’arresto internazionale. «Dobbiamo fare tutto il possibile per riportarlo nel Paese - ha detto un portavoce - perché si tratta di un reato grave». Non aiuta il fatto che nessuno sa dove Vorayuth si trovi: l’ultima volta è stato visto in Canada, ma Ottawa nega. I fatti di quel tremendo scontro all’alba del 3 settembre 2012 sono noti. Vorayuth, di ritorno da una serata con amici, investì la moto del sergente Wichian Klanprasert (47 anni) e tornò a casa senza prestare soccorso. Subito cominciò il teatrino visto svariate volte quando un thailandese intoccabile è sospettato di un crimine: versioni contrastanti, inquirenti pavidi che cercano di salvare la faccia, e media che trattengono i colpi. Per almeno otto volte “Boss” non si presentò alla polizia con pretesti vari, e nel 2017 fuggì dalla Thailandia due giorni prima che venisse spiccato un mandato d’arresto. Di fatto, la nota rossa dell’Interpol probabilmente cambierà poco. Per anni le autorità giudiziarie di Bangkok hanno tenuta buona l’opinione pubblica con mosse intermedie senza mai andare fino in fondo, mentre la prescrizione faceva cadere le varie accuse. 

Il fatto che il caso sia tornato d’attualità è però uno sviluppo inaspettato: neanche tre mesi fa questo era un procedimento chiuso, con le ultime accuse ritirate. Una decisione troppo spudorata anche per una popolazione rassegnata ai soprusi dei potenti. Da allora sono spuntati nuovi testimoni e nuove accuse: è intervenuto anche il premier Prayuth Chan-ocha, sempre più impopolare specie tra i giovani per la protratta crisi economica e stagnazione politica dal golpe del 2014. Boss, rampollo del secondo clan più ricco del Paese, è diventato il simbolo del marcio dietro l’oligarchia di grandi famiglie che in Thailandia dettano legge, legate a doppio filo coi militari. Ovviamente, è possibile che le autorità stiano di nuovo solo prendendo tempo per dare l’impressione di fare qualcosa. Ma a prescindere da come finirà il caso, l’impressione è che sempre più thailandesi siano stufi dell’impunità dei ricchi. Con conseguenze politiche che vanno al di là di Boss.

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