In Spagna LaLiga offre 50 euro a chi denuncia i bar che trasmettono partite illegalmente. Funzionerà o è solo un gesto simbolico?
Giuda vendette Cristo per trenta denari, consegnando alla storia il tradimento più famoso di sempre e aprendo, suo malgrado, la strada a una profezia destinata a compiersi. Oggi, per infamare qualcuno senza nemmeno il conforto del mito o della redenzione, l’offerta è decisamente più modesta: cinquanta euro. Non denari, non argento. Cinquanta euro tondi.
Se poi si prova a fare un paragone, il conto torna poco. I famosi trenta denari – secondo le stime più accreditate (andate a vedere il box di approfondimento in coda) – oscillerebbero oggi tra i 90 e i 3.000 euro. Una forbice ampia, certo, ma comunque superiore alla tariffa fissata per “snitchare” un bar sotto casa. Eppure è esattamente quello che sta accadendo in Spagna, dove il calcio ha deciso di arruolare direttamente i tifosi.
Negli ultimi giorni, sui canali ufficiali della LaLiga è comparso un video esplicativo tanto semplice quanto perentorio. Se entri in un locale e sullo schermo che trasmette la partita non compare la lettera “A” o “B”, significa che la trasmissione è illegale. A quel punto, la Lega invita a collegarsi al proprio sito e compilare un modulo di segnalazione.
Il dettaglio interessante – e anche quello più controverso – è che i moduli sono due. Uno “non incentivato”, per chi vuole segnalare per puro senso civico. E uno “incentivato”, che prevede un compenso di 50 euro nel caso in cui la segnalazione venga verificata e risulti fondata. Una piccola taglia, ufficializzata senza troppi giri di parole, che trasforma il tifoso in controllore occasionale.
Si no ves una A o B, mala señal… Ese bar emite fútbol ilegal.
Protege el fútbol legal y te lo agradeceremos con 50€ por denuncia válida. #PROTEJAMOSELFUTBOL #LALIGABARES
— LALIGA (@LaLiga) January 29, 2026
L’obiettivo dichiarato è chiaro: contrastare la pirateria, proteggere i diritti televisivi, colpire i locali che aggirano gli abbonamenti commerciali. La domanda, però, resta sospesa. Un incentivo così basso può davvero funzionare da deterrente? O rischia semplicemente di normalizzare l’idea che denunciare il bar sotto casa sia un gesto come un altro, quasi una micro-prestazione da economia della sorveglianza?
C’è anche un altro aspetto, meno tecnico e più culturale. Il bar che trasmette la partita non è solo un esercizio commerciale: è un presidio sociale, un luogo di ritrovo, spesso uno degli ultimi spazi fisici dove il calcio viene vissuto collettivamente. Inserire una dinamica di ricompensa economica in questo contesto significa spostare l’asse: dal tifo alla segnalazione, dalla condivisione al sospetto.
È possibile che, alla prova dei fatti, l’iniziativa non cambi granché. Chi pirata continuerà a farlo, chi segnala lo farà già per convinzione personale, non per cinquanta euro. Ma il segnale che la Lega iberica dà è molto forte: non chiede solo rispetto delle regole, chiede partecipazione attiva alla loro applicazione, anche a costo di incrinare rapporti quotidiani.
Perché Giuda ha tradito Gesù? Lo ha fatto per denaro? Quanto denaro?
È difficile tornare indietro nel tempo per chiarire le vere intenzioni di Giuda Iscariota,
ma possiamo analizzare il prezzo del suo tradimento per capire se quella somma potesse
rappresentare una tentazione sufficiente.
Nel Vangelo di Matteo si legge:
Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse:
“Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento.
Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.
(Matteo 26, 14-16)
Trenta monete d’argento compaiono anche nell’Antico Testamento. Nel libro di Zaccaria rappresentano la paga di un pastore:
“Essi allora pesarono trenta sicli d’argento come mia paga.”
(Zaccaria 11, 12-14)
Nell’Esodo, invece, la stessa cifra è indicata come risarcimento per uno schiavo ucciso:
“Si pagheranno al padrone trenta sicli d’argento.”
(Esodo 21, 32)
In termini moderni, le interpretazioni variano. Secondo una lettura, le monete corrisponderebbero a denarii romani:
un soldato ne guadagnava circa 225 all’anno, il che porterebbe il valore odierno intorno ai 3.000 dollari.
Altri studiosi richiamano invece il prezzo simbolico dello schiavo, che oggi equivarrebbe a circa 90 dollari.
In ogni caso, una cifra compresa tra 90 e 3.000 dollari. Più di cinquanta euro.

