Esplosione a Milano, il soccorritore Aly: «Non sono un eroe». Ex professore universitario in Egitto da 40 anni in Italia

Esplosione a Milano, il soccorritore Aly: «Non sono un eroe». Ex professore universitario in Egitto da 40 anni in Italia
«Non sono un eroe, per l’amor di Dio, ma quale eroe». Non gli piace questa definizione anche se è consapevole di aver salvato la vita a un ragazzo che ha l’età di suo figlio. Aly Harhash, 61 anni, è l’egiziano che questa mattina è entrato per primo nel palazzo al civico 20 di piazzale Libia, a Milano, dove una violenta esplosione ha distrutto tre piani e ferito 8 persone. Una di loro è un 30enne ucraino che deve la vita proprio al signor Aly. 

«Alle 7.15 ero fermo col mio furgone Ford Transit all’angolo tra piazza Libia e viale Cirene - racconta all'Ansa - Ho una ditta di manutenzione ed ero fermo a parlare col custode di un altro condominio quando abbiamo sentito un’esplosione fortissima. Ero appoggiato al furgone, quasi si è spostato. In quel momento ho visto il portone volare, tutte le finestre per aria e i motorini parcheggiati tutti abbattuti sulla sinistra. Un casino, non si capiva niente. A quel punto ho visto le fiamme uscire dall’appartamento al piano terra, c’era un ragazzo come una torcia. Sono andato subito al furgone a prendere due grosse coperte. Sa noi facciamo anche traslochi...».

Aly Harhash è arrivato in Italia nel 1979 lasciando in Egitto un lavoro come docente universitario con cattedra in Economia e Commercio con specializzazione in commercio con l’estero. La sua laurea non gli è servita per andare avanti e così ha iniziato con piccoli lavori fino a costruire una solida attività di manutenzione condomini. Nel lungo elenco di stabili di cui si è occupato c’è anche quello dell’esplosione. «All’ingresso c’era un tubo dell’acqua rotto che ho usato per bagnare le coperte e mi sono avvolto in una di queste. Il ragazzo ferito non scappava, era in confusione totale. Per prima cosa gli ho buttato addosso la coperta e l’ho spostato da un armadio di plastica che gli si stava sciogliendo addosso. Quando si è sentito al sicuro è crollato a terra. Non riuscivo a portarlo fuori, è un ragazzo alto, allora sono uscito e urlando ho chiesto aiuto. Avevo i pantaloni tutti sporchi del suo sangue. Un uomo e una donna sono arrivati a darmi una mano e lo abbiamo disteso all’esterno. Il ferito diceva “mia moglie... mia figlia” ma era confuso. Ho collegato il tubo dell’idrante e ho iniziato a spegnere le fiamme, so come fare queste cose perché ho diversi service. Poi ho chiesto all’uomo di coprirmi mentre rientravo per controllare se ci fosse qualcun altro ma non c’era nessuno. Il vero eroe è quel signore che mi ha aiutato, non come tutti quegli stupidi che sono stati lì fermi a filmare e a non fare niente. Non so dove sia finito». 

La prima cosa che Harhash ha fatto una volta dentro è stata chiudere il gas, lo ha raccontato anche alla polizia. «È colpa del gas, lì c’è una cucina. Ma non ho girato la manopola, ho abbassato la leva di un rubinetto. Davvero non so come sia accaduto. Una donna della Protezione Civile mi ha detto che probabilmente se non l’avessi fatto sarebbe esploso l’intero palazzo». Lui continua a rifiutare l’etichetta di eroe ma è orgoglioso dell’applauso ricevuto da polizia e vigili del fuoco. «È stato molto bello. I pompieri mi hanno anche detto che cercheranno il cellulare che ho perso per soccorrere il ragazzo e se non dovessero trovarlo me ne regaleranno uno. Per ora uso quello di mia moglie. È italiana, precisamente napoletana». E in effetti tradisce anche lui una certa cadenza campana. «I miei figli, che sono entrambi laureati, parlano perfettamente napoletano».

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