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Il caso della piccola Beatrice e quelle 30 ore di agonia che hanno sconvolto l’Italia

È una storia agghiacciante, che sta scuotendo a ben donde l’opinione pubblica. È una di quelle storie che anche il più accanito dei sostenitori della tesi che Nessuno tocchi Caino potrebbe d’un tratto diventare sostenitore della legge del taglione. È la storia della piccola Beatrice, morta ad appena 2 anni dopo un calvario da brividi.

Ancor più agghiacciante è il dettaglio che i suoi aguzzini sarebbero stati (usiamo il condizionale solo per la presunzione d’innocenza dovuta) la madre e il suo compagno, che ha avuto l’ardire in diretta TV di negare di aver fatto alcunché di male, anzi – pareva quasi che i giornalisti parlassero con un benefattore. Una posizione che stride violentemente con il quadro ricostruito dagli investigatori e con le testimonianze raccolte nel corso dell’inchiesta.

Le ultime ore di Beatrice e il racconto delle sorelle

La Procura di Imperia ritiene che la piccola sia morta dopo circa trenta ore di agonia. Una ricostruzione che emerge dalle indagini condotte dai carabinieri e dalle testimonianze raccolte nelle settimane successive alla tragedia.

La mattina del 9 febbraio, secondo quanto riportato negli atti, il compagno della madre avrebbe svegliato le due sorelle maggiori dicendo loro che non sarebbero andate a scuola perché era successo qualcosa di grave. Per gli inquirenti, in quel momento Beatrice era già morta.

La bambina sarebbe stata trasportata dalla casa di Perinaldo, dove aveva trascorso il fine settimana con la madre e il compagno di lei, fino all’abitazione di Bordighera. Durante quel viaggio, ricordano le sorelle, il volto della piccola non era visibile perché coperto da una coperta.

Una volta arrivata a destinazione, la madre avrebbe chiamato il numero di emergenza sostenendo che la figlia non respirasse più. In un primo momento sarebbe stata avanzata l’ipotesi di una caduta dalle scale. Gli investigatori, però, ritengono che quella versione non trovi riscontro negli elementi raccolti durante l’inchiesta.

Proprio le dichiarazioni delle sorelle, oggi considerate testimoni fondamentali, hanno contribuito a delineare un quadro molto diverso da quello inizialmente raccontato.

Le accuse di maltrattamenti e l’indagine della Procura

Secondo gli atti dell’inchiesta, le violenze nei confronti della bambina non sarebbero state un episodio isolato. Gli investigatori parlano di presunti maltrattamenti che si sarebbero protratti per mesi e che avrebbero incluso schiaffi, percosse, calci e punizioni fisiche particolarmente dure.

La posizione più grave contestata riguarda Emanuel Iannuzzi, accusato di aver inflitto le violenze. Alla madre, Manuela Aiello, viene invece contestato di non essere intervenuta per proteggere la figlia nonostante fosse a conoscenza di quanto stava accadendo.

La sorella maggiore ha raccontato agli investigatori che Beatrice appariva già in condizioni critiche nelle ore precedenti alla morte. Avrebbe avuto difficoltà a mantenere la testa sollevata, avrebbe vomitato più volte e mostrato evidenti segni di sofferenza.

Alcuni passaggi delle testimonianze sono particolarmente dolorosi. La bambina sarebbe apparsa piena di lividi e incapace di reagire normalmente agli stimoli. Nonostante il progressivo peggioramento delle sue condizioni, nessuno avrebbe richiesto l’intervento immediato dei soccorsi.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, le sorelle sarebbero state invitate a non raccontare di essere state a Perinaldo e a non parlare del compagno della madre. In una prima fase le bambine avrebbero effettivamente mantenuto quella versione, salvo poi fornire successivamente dettagli differenti durante gli approfondimenti investigativi.

L’autopsia ha individuato come causa del decesso un grave trauma cranico che avrebbe provocato un’emorragia cerebrale. Un elemento che rappresenta uno dei pilastri dell’impianto accusatorio costruito dalla Procura di Imperia.

Nel corso delle indagini sono inoltre emerse testimonianze che descrivono un ambiente familiare caratterizzato da frequenti tensioni, episodi di violenza e situazioni di forte degrado. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire nel dettaglio i mesi che hanno preceduto la morte della bambina per comprendere se vi fossero stati segnali ignorati o situazioni già note.

Manuela Aiello ha sempre respinto le accuse sostenendo di non aver mai fatto del male alle proprie figlie. Anche Emanuel Iannuzzi ha negato qualsiasi responsabilità. La magistratura, tuttavia, ha ritenuto sufficientemente gravi gli elementi raccolti per disporre le misure cautelari attualmente in vigore.

Sarà il processo a stabilire responsabilità e dinamica dei fatti. Resta però una vicenda che ha colpito profondamente l’opinione pubblica italiana. Una storia nella quale la vittima è una bambina di appena due anni e nella quale molte delle risposte definitive dovranno ancora arrivare dalle aule di giustizia (dove, il Paese intero spera, giustizia dovrà essere fatta davvero).

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