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I Simpson diventano un culto post-apocalittico: il film live-action più strano (e affascinante) che potremmo vedere

C’è un modo nuovo, inatteso e decisamente inquietante di tornare a parlare de I Simpson. Non riguarda il ritorno al cinema già programmato per il 2027, ma un progetto parallelo, laterale, volutamente fuori asse che con il cartone animato uscito dalla penna di Matt Groening ha punti di contatto alla lontana.

Si tratta di un film live-action ispirato a Mr. Burns, a post-electric play, opera teatrale di culto che usa l’universo giallo più famoso della TV come materiale mitologico, non come brand da sfruttare (sebbene il richiamo ai Simpson possa fare sicuramente da chiamo).

La notizia è circolata nei giorni scorsi dopo la conferma di Boots Riley, che ha annunciato lo sviluppo cinematografico dell’opera. Non si tratta di una produzione ufficiale legata a Fox o Disney, ed è bene chiarirlo subito. Nessun casting “da copertina”, nessun Homer in carne e ossa pensato per piacere al grande pubblico. Qui siamo altrove, e non è un dettaglio.

L’opera originale, scritta nel 2012 (quando l’eco della profezia Maya era forte) da Anne Washburn, immagina un mondo dopo la fine di tutto. Non sappiamo cosa abbia distrutto la civiltà, sappiamo solo che l’elettricità non esiste più e che i superstiti, attorno a un fuoco, cercano di ricordare qualcosa che li facesse sentire vivi. Quel qualcosa è un episodio dei Simpson: Il promontorio della paura, parodia feroce di Cape Fear – Il promontorio della paura.

Il primo atto è quasi tenero. I personaggi provano a ricostruire dialoghi, gag, canzoni, sbagliando continuamente. La memoria è fragile, imperfetta, e proprio per questo umana. Sette anni dopo, nel secondo atto, quel ricordo diventa teatro itinerante: compagnie che mettono in scena i Simpson come forma primaria di intrattenimento in un mondo senza schermi. Il tono cambia, si fa più strutturato, ma resta precario.

È nel terzo atto che la storia compie il salto più radicale. Passano settantacinque anni e i Simpson non sono più una serie: sono una religione. Le storie si trasformano in musical solenni, rappresentati in spazi che somigliano a templi. I personaggi si fondono, i significati slittano, e il Signor Burns e Telespalla Bob diventano un’unica entità mitologica, una divinità oscura della morte. Bart, ultimo superstite della famiglia, assume i tratti di un eroe tragico, quasi omerico.

È qui che il progetto cinematografico diventa interessante, ma anche rischioso. Portare Mr. Burns, a post-electric play sullo schermo significa accettare che Matt Groening resti sullo sfondo come padre involontario di un mito che non gli appartiene più. Non è un’operazione nostalgica, né una celebrazione pop. È una riflessione sul tempo, sulla trasmissione orale, su come le storie sopravvivono quando la tecnologia muore.

Il messaggio finale, per quanto straniante, è sorprendentemente luminoso. La società ritrova l’elettricità non attraverso il progresso industriale, ma grazie alla cooperazione e all’ingegno elementare. Le storie hanno tenuto insieme le persone abbastanza a lungo da permettere un nuovo inizio. È una chiusura che non consola, ma accompagna.

Questo film non sarà per tutti, ed è giusto così. Non amplia il canone dei Simpson, non cerca di “spiegarli”, non li rende più accessibili. Li trasforma in qualcos’altro. In un’epoca ossessionata dai reboot fedeli e dai remake rassicuranti, un progetto che osa usare una delle serie più popolari di sempre per parlare di memoria, fede e distorsione culturale è un’anomalia preziosa. Anche – e soprattutto – se resta di nicchia.

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