La maledizione dei faraoni: tra verità e mito. Ecco la storia di una mummia che ha aperto il campo alla medicina in Egitto

La maledizione dei faraoni: tra verità e mito. Ecco la storia di una mummia che ha aperto il campo alla medicina in Egitto

La sconosciuta mummia egiziana, sulla quale lo scienziato Theodor Bilharz ha condotto le sue ricerche mediche, rimane una delle più famose nella storia dell’antica civiltà egizia, poiché attraverso di essa scoprì la schistosomiasi (detta anche bilharziosi o distomatosi sanguigna) è una parassitosic ausata da Platelminti del genere Schistosoma.

Bilharz, che divenne professore di anatomia in Egitto alla fine del diciannovesimo secolo, padroneggiò la lingua araba e rimase colpito dalle antichità egizie, che gli fecero decidere di acquistare una mummia (era una pratica antica). E ha condotto ricerche approfondite su di essa, scoprendo un verme assorbente trovato al suo interno, proprio come nei corpi degli egiziani (viventi), il che gli ha fatto confermare l’età della malattia che stava esaurendo gli egizi in quel tempo.
L’archeologo Sherif Shaaban, autore del libro “I più famosi miti dei faraoni”, ha detto ad Al-Ahram Gate che il mito della maledizione dei Faraoni è legato a diverse cose, tra cui morte, malattia e follia che hanno seguito gli archeologi e alcuni medici che lavoravano in siti archeologici senza procedure sanitarie per eliminare i batteri, e che le morti che seguirono gli archeologi probabilmente furono causate dal non aver “affrontato” il problema dei batteri sepolti con misure sanitarie.
Shaaban ha spiegato che tutti gli archeologi affermano che il mito della “maledizione dei faraoni” è l’invenzione degli stessi antichi egizi per proteggere le loro tombe dai furti, tanto da avvertire i ladri con delle iscrizioni minacciandoli di morte o lanciandogli maledizioni. E ha poi concluso dicendo che il mito dei faraoni è apparso dal XIX secolo, ma è diventato più comune dopo l’apertura della tomba di Tutankhamon negli anni venti del secolo scorso.

Intanto Theodor Bilharz, dopo l’entusiasmante scoperta medica ebbe la febbre e fece riaffiorare in alcuni il mito dell’antica maledizione dei Faraoni, ma non morì di febbre. In effetti qualche tempo dopo le sue ricerche è deceduto al Cairo dopo un viaggio in Abissinia, dove gli fu trasmesso il “tifo” nel 1862. Dopo la sua morte l’Egitto lo onorò per i suoi contributi scientifici realizzando un istituto scientifico che porta il suo nome specializzato in malattie del fegato.
Ci sono state successive strane morti di un gruppo di persone che hanno visitato la tomba di Tutankhamon, come afferma Sharif Shaaban, poiché era associata alla maledizione dei faraoni. Sir Douglas Reid, il medico che ha esaminato la mummia di Tutankhamon ai raggi X, è morto per una misteriosa malattia, e Mervyn Herbert, il fratellastro di “Carnavon” (finanziatore dello scavo di Howard Carter che portò alla scoperta della tomba di Tut nella Valle dei Re) e il fratello Aubrey Herbert morirono di “polmonite da malaria”, e Richard Bethle, il segretario personale di Carter, fu trovato morto nel suo letto a causa di insufficienza cardiaca.


L’archeologo aggiunge che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento non sono state seguite misure sanitarie, come si fa adesso, per evitare che i batteri entrino nei pori nasali o rimangono sulla pelle, confermando così quanto detto dallo scienziato tedesco ed ex direttore del Museo egizio di Berlino, Odolph Ehrmann, che accennò a quanto accaduto al suo collega Heinrich Bruges alla fine del diciannovesimo secolo, che fu uno degli archeologi più importanti di quel periodo, poiché effettuava scavi nella città di Saiss, ma dormiva nel cimitero e fu contagiato da un’ossessione che lo fece agire inconsciamente.
Prima di lui c’era lo scienziato Johannes Demic, che costruì molti scavi nell’Alto Egitto e in Nubia e rimase la maggior parte del suo tempo all’interno dei cimiteri, ma la sua personalità iniziò a cambiare gradualmente, poiché soffriva anche di sintomi di delirio che lo fecero parlare di scoperte archeologiche che non esistevano, e iniziò a parlare a intermittenza senza essere capito.
Quanto allo scienziato americano James Henry Bursted, autore di molti libri, il più famoso dei quali è il libro “Dawn of Conscience”, ha lavorato in molti siti archeologici egiziani e ha visitato la tomba del re Tut e ha lavorato allo studio dei suoi tesori su richiesta di Carter, anche lui si ammalò ed ebbe la febbre alta che però non gli impedì di esercitare il suo lavoro fino a quando non ce la fece più, e viaggiò per completare il suo trattamento negli Stati Uniti, ma la malattia avanzò e rimase paralizzato fino alla morte. Sua moglie, accompagnandolo in tutti i suoi viaggi, era morta un anno e mezzo prima della stessa malattia.
Shaaban spiega che dall’emergere di misure sanitarie preventive nel nostro mondo contemporaneo di indossare maschere mediche posizionate sul naso e lasciando il cimitero esposto all’aria, agli archeologi che lavorano negli scavi archeologici non sono apparse più ferite o malattie strane.


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